lunedì 30 novembre 2009

L'Agile canta Avanti Pop


Il 25 novembre la carovana Avanti Pop dei Tete de Bois ha fatto tappa alla fabbrica Agile ex-Eutelia di Roma. Un luogo non scelto a caso: dal 31 ottobre lo stabilimento è occupato dagli operai che da tre mesi non ricevono stipendi e temono per il piano di licenziamenti annunciato dall'azienda, in tutto 1192 posti di lavoro. Sono a rischio ingegneri, diplomati, lavoratori tra i 30 e i 50 anni con famiglie e mutui sulle spalle, i quali a causa della crisi non vedono speranze di un futuro, a breve termine, più roseo. Un concerto di solidarietà quello dei Tete de Bois, organizzato congiuntamente all'associazione Movimenti, al quale hanno assistito circa un centinaio di persone e che ha visto la partecipazione di personaggi della cultura, della musica e dello spettacolo. Ad aprire la serata è stato il discorso di uno dei portavoce dell'occupazione, Ciccio, ingegnere 30enne. In seguito è stata la volta del regista Mario Monicelli, il quale con un discorso dai toni forti ha scaldato la folla ed evocato scenari d'altri tempi.

Alle canzoni impegnate dei Tete de Bois si sono alternate le letture del diario di occupazione dei lavoratori, brani ai quali Daniele Silvestri, Dario Vergassola, Paola Turci e gli altri partecipanti hanno prestato la propria voce. Suggestivo l'accompagnamento delle immagini delle vignette di Sergio Staino, anche lui presente, che il pubblico poteva vedere dallo schermo retro al palco mentre disegnava le proprie opere. E' una serata di festa per i dipendenti Agile dopo giorni di proteste e sit-in in cerca di visibilità mediatica. Grazie ai loro sforzi hanno ottenuto udienza il 27 novembre alla Presidenza del Consiglio con il sottosegretario Gianni Letta.

L'incontro, che ha visto partecipi al tavolo delle trattative anche i sindacati e rappresentanti della proprietà, si è risolto con una “fumata grigia”: la situazione è ancora in fase di stallo. I sindacati hanno espresso apprezzamenti nei confronti dell'impegno mosso dal governo ma hanno giudicato inaccettabile il piano finanziario dell'azienda. A questo punto si prevede il commissariamento, per altro auspicato dal ministro Tremonti e sentenziato come unica strada percorribile da Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom-Cgil.

Intanto, a due giorni dall'incontro con Letta, i dipendenti Agile hanno ripreso il presidio in piazza Colonna. Il prossimo incontro a Palazzo Chigi è fissato per il 7 dicembre. Oggetto sarà la verifica delle scadenze imposte alla proprietà per il pagamento degli arretrati ai dipendenti.

La storia dei lavoratori dell'Agile non è diversa dalle altre storie di occupazione di tanti altri stabilimenti sparsi in tutto il Paese. Movimenti in tal senso si sviluppano con sempre maggiore intensità: sentiamo di operai che salgono sui tetti delle fabbriche in Sardegna, in Lombardia e si arrampicano sulle gru della Puglia. A dimostrare che la crisi sta producendo effetti disastrosi in un Paese nel quale le politiche di ripresa economica introdotte sono state insufficienti, per non dire inadeguate, e dove spesso ci si è vantati che la crisi non ha avuto effetti devastanti come altrove e addirittura si intravedono segnali in cui sperare. La verità è che vengono bruciati sempre più posti di lavoro in un mercato dove giovani e disoccupati, i più colpiti dalla crisi, non hanno alcuna possibilità di accedere e la crisi è trattata come un mero dato statistico.


Gabriele


domenica 15 novembre 2009

Attac: verso Copenhagen


A meno di un mese dal vertice mondiale di Copenhagen (7-18 dicembre 2009), la rete internazionale Attac ha proposto ieri un incontro su ambiente, clima e società. Obiettivo: approfondire le tematiche legate alla questione ambientale, ma soprattutto coordinare e collegare i movimenti che si battono per questa causa, affinchè possano fare massa critica in vista di un’opposizione comune. L’unità è fondamentale per porre con forza la crisi ambientale al centro del dibattito politico, dopo anni in cui è stata considerata una questione marginale, secondaria, da delegare agli specialisti del settore.

Come evidenziato all’inizio dell’incontro, Copenhagen rappresenta il più importante appuntamento del “dopo-Kyoto”. Sul tavolo ci saranno infatti la definizione del livello di riduzione delle emissioni di gas serra e il grado di obbligatorietà dell’accordo (intesa politica o trattato legalmente vincolante?). Verrà discussa la spinosa questione della “responsabilità comune ma differenziata”, che chiama in causa il complesso rapporto tra Nord e Sud del mondo, e verranno fissati i fondi di adattamento per i Paesi del Sud. Il punto più critico non è l’entità dei finanziamenti, quanto piuttosto la modalità della loro erogazione. C’è da scommettere che i grandi cercheranno di chiamare in causa le “loro” istituzioni: Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

Cronaca di un fallimento annunciato? A maggior ragione bisogna fare del Klimaforum09, il grande contro-forum dei movimenti, che si terrà a Copenhagen contemporaneamente alle trattative istituzionali, un punto di inizio. Potremmo dire una nuova Seattle. Il programma è già molto ricco di eventi: assemblee, dibattiti, seminari e workshop http://www.klimaforum09.org/IMG/pdf/PROGRAMME__2810_online_version.pdf . Si parlerà di pace economica, di giustizia climatica, di sviluppo sostenibile. Il motto sarà “System change – not climate change” , per evidenziare come crisi ambientale e crisi economica siano due facce della stessa medaglia, per sottolineare le conseguenze reali, drammatiche, del cambiamento climatico, che i cosiddetti “negazionisti” continuano ad ignorare.

Nel corso del dibattito, è emersa anche un’altra necessità: quella di affiancare alla contestazione a Copenhagen una serie di iniziative parallele in Italia (senza dimenticare che per il 19 dicembre è già prevista la manifestazione “No al ponte” a Villa San Giovanni http://www.retenoponte.it/). In Italia sono in corso numerose lotte territoriali, ma non c’è stata ancora una ricomposizione di queste vertenze locali. Non c’è stato cioè il superamento del semplice senso di solidarietà comune...nè di un certo “fatalismo” italiano di fronte ad eventi catastrofici che una diversa gestione e un diverso controllo delle risorse avrebbero forse potuto evitare.


Giulia

Verso il vertice di Copenaghen
Vincent Gay http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2925
Clima, nocività e società
Fabrizio Valli http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2885
I meccanismi di mercato distruggono il clima. Un’alternativa al capitalismo la sola risposta di fondo
Daniel Tanuro http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2886
Una nuova era geologica per la Terra
Mike Davis http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2898

sabato 14 novembre 2009

Voci da L'Aquila


Il 19 Ottobre sono iniziate le prime lezioni all’università de L’Aquila e a circa un mese di distanza propongo un breve resoconto. Inizio col dire che il 19 Ottobre a L’Aquila era già inverno e il 25 Ottobre è stato reintrodotto l’orario solare: il maltempo e il “buio presto” non sono certo premesse confortanti per i numerosi studenti che ogni giorno raggiungono il capoluogo abruzzese, soprattutto per quelli che arrivano da paesini di montagna mal collegati. Sembra questo il problema più grave, ma vado per ordine! Sento Elena, una mia amica che ogni giorno da Scanno (un paese in provincia de L’Aquila) va a L’Aquila, e mi dice che per frequentare le lezioni deve uscire la mattina presto e tornare la sera tardi, indipendentemente dagli orari delle lezioni perché mancano le concidenze di pullman e treno. Per raggiungere l’università Elena deve prendere il pullman da Scanno a Sulmona , poi il treno o in alternativa un altro pullman da Sulmona a L’Aquila e infine il pullman dalla stazione de L’Aquila all’università; un bel viaggio! All’inizio è stato drammatico perché non era prevista alcuna agevolazione in termini di costo dei trasporti e servivano 20 euro ogni giorno per spostarsi; immaginate le polemiche! Poi almeno questo scoglio è stato superato: “ora ci hanno dato una tessera per poter viaggiare gratis, metteranno delle corse apposta.. ma dato che ancora non le mettono possiamo viaggiare gratuitamente sulle corse dell’arpa (autolinee regionali), basta che facciamo vedere la tessera agli autisti” mi dice Elena. Mi vengono dei dubbi, “sono corse apposta per viaggiare gratis o anche per agevolare il tragitto?” “viaggiare gratis, le hanno messe da tutti i paesi dove ci sono iscritti all’università de L’Aquila” e insisto, “ma dirette Scanno - L’Aquila?” “ no Sulmona - L’Aquila però non paghiamo nemmeno il tragitto Scanno - Sulmona “. Rimane dunque il problema degli orari! Per ovviare a questo inconveniente alcuni ragazzi hanno deciso di affittare, come lo scorso anno, una stanza. Solo che dallo scorso anno è cambiato qualcosa, notiamo con Elena. Permettetemi delle perplessità: in una città distrutta, dove molte persone sono costrette a vivere nelle tende e altre sono confinate negli alberghi della costa, ci sono alloggi per studenti fuori sede? Come è possibile? È possibile perché a governare è la legge del più forte, nonostante lo stato di emergenza. La situazione è in mano ai privati cittadini per cui chi ha perso la casa vive in tenda, chi ce l’ha ancora, anche se è la seconda o terza salva dal terremoto, può decidere che farne e dunque...perché non affittarla? E poi chi ha i soldi decide di investirli per costruire delle abitazioni, magari su terreni di propria proprietà, e poi affittarle. Ovviamente le case a disposizione sono in numero inferiore agli studenti fuori sede, dunque il mercato si riduce, la concorrenza aumenta e i prezzi salgono. A proposito Elena mi racconta “ho saputo qualche giorno fa da una ragazza, così parlando, che per una tripla avevano chiesto 350 euro a testa” e commenta “roba da matti! ”. “Perché, quanto pagavate l’anno scorso?”, le chiedo io, “io in doppia 160, la singola 200, 200 e qualcosa al massimo”, mi risponde. Che dite, possiamo parlare di speculazione sul terremoto? Parlando ancora con Elena le chiedo perché non ha scelto di riaffittare casa e lei mi spiega che non le pare giusto per quelle persone che non ne hanno nemmeno una, lei un fondo un letto per dormire e un tetto sotto cui stare ce l’ha, anche se lontano. E tra gli studenti stessi c’è chi è messo peggio di lei: fuorisede della Puglia o della Campania che non possono viaggiare tutti i giorni e quindi avrebbero più diritto ad alloggiare a L’Aquila sono costretti a ritirarsi e/o cercare un’altra università. E poi rimane la paura di tornare nella città che hanno visto crollare, la paura di rivivere quei momenti, di notte, al buio, mentre decidono di andare a letto, e la tristezza di percorrere quelle strade dove non c’è più nulla. Ma allora se viaggiare è un problema e sistemarsi è un problema, quale la soluzione? La soluzione ci appare semplice: lasciare le sedi delle varie facoltà nelle cittadine dove erano state disposte subito dopo il terremoto: psicologia, fisioterapia e scienze infermieristiche ad Avezzano, economia a Sulmona, ingegneria a Castel di Sangro e informatica a Pineto. Gli edifici erano stati trovati e magari gli studenti trovavano anche le case dove sistemarsi senza rubare il posto a nessuno. E invece no e sapete perché? Perché gli studenti fanno girare l’economia de L’Aquila. Quindi chi se ne frega degli anziani che sono sulla costa e piangono la lontananza da casa, loro non portano soldi, pensiamo a trattenere gli studenti (di qui le tasse gratuite per gli iscritti all’università)! La logica del profitto è la stessa che ha guidato la scelta di sedi in provincia de L’Aquila per piazzare le facoltà subito dopo la tragedia: “per non far rubare le facoltà de L’Aquila a Pescara” mi suggerisce Elena.
In tutta questa riflessione non ho menzionato il clima di caos che si respira a l’università, per cui se chiedi un’informazione nessuno te la sa dare e fino almeno la settimana scorsa (ora non sappiamo) gli studenti di ingegneria non avevano i riscaldamenti nelle aule dove seguivano lezione.
Mentre rileggo quanto ho scritto mi viene in mente che il bello deve ancora arrivare; immagino il momento delle sessioni d’esame, quando per problemi di trasporti o di organizzazione studenti e prof. potrebbero perfino non incontrarsi…

Sara

lunedì 9 novembre 2009

Venti di crisi


C’è stato un periodo della nostra storia che viene comunemente detto guerra fredda. Esso è stato caratterizzato dalla compresenza di due modi di interpretare il mondo, di due ideologie che si rincorrevano per acciuffare nuovi e sempre più numerosi paesi da accogliere sotto le proprie ali protettrici. Era uno scontro che si delineava su più piani: da quello ideologico, identificabile nell’opposizione tra economie pianificate ed economie guidate da mani invisibili, a quello militare e tecnologico, che si realizzava nello sviluppo di nuove armi di distruzione di massa. Entrambe hanno compiuto crimini, più o meno direttamente, contro i diritti dell’uomo nell’accezione più ampia del termine e contro il diritto internazionale. Repubblica Cecoslovacca, Cile, Ungheria, Guatemala, El Salvador e Vietnam sono paesi che nel corso della storia hanno subito i deliri di onnipotenza di queste due visioni del mondo. Alla fine della competizione risultò vincente in termini di sopravvivenza il modello capitalista e tale evento, tale vittoria, è comunemente rappresentato dalla caduta di un muro di 155 Km che divideva in due una città, una nazione, un continente e simbolicamente, a detta di quelli che oggi festeggiano i vent' anni dal 1989, l’intero pianeta. Vinse la mano invisibile, a detta di alcuni la democrazia, che, intendiamoci bene, non sempre ha rappresentato la libertà, ma sicuramente mediamente più dei totalitarismi. Allora, vent’anni fa, fu gioia; lo fu per le famiglie della nazione tedesca che poterono riabbracciarsi dopo una lunga separazione forzata, che non meritavano, che non volevano. Venti di libertà soffiarono sulla Germania, sulla Russia e attraversarono i suoi ex paesi-satelliti. Presto però la mano invisibile, che pure aveva vinto la resistenza del pugno alzato, si dimostrò non invisibile, ma addirittura assente, nulla. I venti di libertà si trasformarono in venti di crisi, di recessione, di depressione economica e di povertà. Noi occidentali vincemmo, ma perdemmo la Russia e l’Europa dell’Est: le perdemmo per strada miseramente e clamorosamente. Fu colpa nostra. Colpa delle istituzioni internazionali. Vinse la democrazia, ma in Russia dominò la corruzione. Vinse il mondo sviluppato, libero, ma, come spesso accade, in Russia non vi fu sviluppo, ma recessione e le persone, nello stupore di chi non crede ai propri occhi non sapendo neppure con chi prendersela, passarono da una libertà negata da burocrati di partito a libertà “un po’ più libere”, ma frustranti: negate da burocrati di istituzioni internazionali completamente lontani dai loro problemi. Per noi erano più liberi, ma loro si sentirono solo più poveri.

In pratica quello che avvenne dopo e che molti non sanno è che la Russia passò nelle mani dell’ideologia neo liberista; intendo dire che fondamentalmente la Russia si liberò di un regime politico oppressivo per affondare in un regime economico che addirittura comportò per la maggior parte della sua popolazione un peggioramento delle loro condizioni di vita. Se prima i russi non furono liberi di scegliere tra l’insalata e la carne poi non furono liberi di mangiare. FMI sta per fondo monetario internazionale e rappresenta il principale soggetto istituzionale che guidò la transizione dal modello comunista a quello del libero mercato. Una transizione di questo genere può comportare un aumento delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni e potenzialmente instaurare un modello concorrenziale e non monopolista dell’offerta dei beni. Ora, accade che se si privatizza e si liberalizza senza però creare regole, istituzioni che vigilino sull’effettivo realizzarsi della concorrenza, non si fa del bene in termini di abbassamento di prezzi per la comunità, ma si crea un aumento dei prezzi e un aumento della disoccupazione. Accade poi, che se un paese come la Russia subisce gli effetti negativi di una crisi globale che compromette la credibilità dei paesi emergenti, e la comunità finanziaria internazionale, i paesi più ricchi, spinge per aiuti al governo affinchè si mantengano alti i tassi di interesse (ciò dovrebbe, secondo i teorici, i burocrati e gli economisti dei numeri, aiutare l’afflusso di capitali esteri) questo comporta fuga di capitali dei più ricchi verso l’estero (grazie ovviamente alla completa liberalizzazione della circolazione dei capitali), fallimenti di imprese nazionali, disoccupazione, un elevato potere d’acquisto (per chi non è stato già licenziato, s’intende) nei confronti dei prodotti provenienti dall’estero (magari Mercedes o Gucci) e ulteriore depressione della produzione interna. In dieci anni la Russia ha visto aumentare il tasso di povertà, considerando il parametro dei due dollari al giorno, dal 2% al 21% e se consideriamo quattro dollari al giorno la cifra si aggira sul 40%, mentre nello stesso periodo il reddito medio si aggirava attorno ai 4700 dollari. Tradotto: c’era chi guadagnava troppo e chi niente: sperequazione in termini economici, a livelli tossici. Se mi si chiedesse se tornerei ad un regime comunista direi sicuramente di no, anzi neanche risponderei per rispetto di una popolazione che ha subito torture, omicidi politici, repressioni, negazioni di libertà di cui non posso neppure avere cognizione, se non per quello che ho studiato. Ma ciò ci esime dal guardare con sguardo critico a ciò che è successo mentre c’eravamo? Dal criticare ciò che non è andato e nel proporre cosa si sarebbe potuto fare? Se quel muro è caduto per la libertà, allora dobbiamo pretendere che ci sia un ‘informazione che non sia distorta come lo era prima, ma che racconti ciò che è accaduto almeno da quel 9 novembre in poi. Altrimenti quel muro è caduto a vuoto, altrimenti è stata conquistata una libertà effimera: quella per i rotocalchi, per le testate giornalistiche o per i libri di qualche ex presidente. Che si faccia luce sugli orrori del regime comunista, ma che ciò non significhi chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie del presente.

Alexander

giovedì 15 ottobre 2009

ONDE per cui vale la pena...


Camminavamo, io e Tiziano, lungo corso Vittorio Emanuele. Ci voltavamo indietro, e un po’ euforici ci dicevamo quanto spettacolare fosse quella marea, quell’onda. Ho ancora fisso in mente il fiume di gente che in quei giorni, unita da uno spirito gagliardo di vitalità democratica, scorreva lungo le strade: via Cavour, via Merulana, verso il Colosseo, oltre Trastevere, sotto il ministero della pubblica istruzione, oppure ancora verso il rettorato dell’università lungo via Ostiense. Giorni in qualche modo indimenticabili, quelli che avevi sempre sognato di vivere durante il liceo, quando ti ritrovavi nelle assemblee semi vuote a fare “comunella”, a ricreare uno spirito di critica nei confronti del mondo fuori dai muri della scuola. Bene o male, che dir se ne voglia, fu tutto positivo, finchè fu movimento di massa, meno quando spiriti elitari, più o meno definibili nei soggetti, poco nelle capacità e nelle qualità, ammesso che qualcuno li avesse legittimati ad esserlo, decisero di porsi come guide all’azione. Ma lasciando aperte le ferite dovute al tramonto di un’ onda studentesca e di quali furono gli aspetti organizzativi negativi, è curioso pensare che sia passato un anno da quando le nostre voci e la nostra protesta si scagliavano contro la Gelmini. Capita poi che un anno dopo vai a pagare le tasse universitarie e che ne devi sborsare 500, e non più 398 di euro per l’iscrizione al terzo anno ( incremento del 25%) e capisci che non avevi torto a prevedere aumenti consistenti, e sinceramente ti girano. Ma più che altro ti chiedi dove siamo finiti noi, onda, nell’ora dell’alta marea autunnale, ora che le tasse ce le hanno alzate per davvero, ora che le conseguenze le possiamo toccar con mano. Vale la pena chiedersi se fu casuale quel movimento, quell’agitazione, se fu una moda. Vale la pena chiederselo perché in fondo le cose non sono cambiate molto. Voglio dire che ci ritroviamo un anno dopo a sonnecchiare tra l’inizio delle lezioni e le prime sfogliate di pagine dei libri, ma in fondo in fondo una sensazione di inadeguatezza si può ancora sentir scorrere tra i palazzi delle città. Se pensiamo alla manifestazione del 3 ottobre, a quella della FIOM, a via San Giovanni in Laterano, va veramente tutto bene? Dovremmo chiedercelo; ora, mi si potrebbe dire che l’anno scorso era tutto apolitico, mentre le iniziative di ora sono politiche. A parte il fatto che dubito della politicizzazione della manifestazione del 3 ottobre, ma l’anno scorso fummo apolitici nella composizione, certamente non nell’obiettivo. Tanto più oggi non possiamo far finta di andare a protestare in piazza senza immischiarci nella politica, in quanto tutto è politica, tutto. E non possiamo tirarci indietro, movimento onda ed altri allo stesso modo, nel preciso momento in cui, più di qualsiasi altro periodo ci sia stato nella storia della nostra democrazia imperfetta, vi è uno scollamento abnorme tra richieste della cittadinanza, della società e rappresentanza partitica. Non possiamo tirarci indietro di fronte alla responsabilità che abbiamo, e che deve essere presente in ogni paese che aspiri a definirsi democratico, di far valere le nostre idee, istanze e necessità. Quando non vi sono interlocutori istituzionali, quali i partiti, non disposti o non capaci, per difetto sistemico o proprio di visibilità, di caricarsi sulle spalle le nostre richieste, non abbiamo altra scelta se non quella di farci sentire tramite la nostra di voce. Onde per cui auspico che vi possa essere una nuova iniziativa di sollecitazione del mondo istituzionale da parte dei movimenti che vivono il disagio odierno di una società problematicamente razzista, sia verso gli immigrati, sia verso gli omosessuali, di un mondo di precariato e di un mondo di lotta fittizia all’evasione delle tasse che passa attraverso scudi fiscali varati senza un’ opposizione in aula; di un mondo in cui le più alte cariche statali un giorno usufruiscono di giri di prostituzione interni ai palazzi, mentre l’altro gestiscono in modo quanto meno dubbio questioni di comuni corrotti dalla mafia, di un mondo in cui le notizie arrivano male e neanche tutte, in cui vengono messe a rischio le garanzie delle regole del gioco democratico: sì, perché oggi sembra tutto un gioco in questa Italia delle maggioranze plebiscitarie e dei numeri, ma a questo punto, visto tutto quello che c’è in ballo, non vale forse la pena di giocare? Potremmo anche non vincere, ma dobbiamo partecipare.

Alexander

domenica 11 ottobre 2009

Sesso-potere-denaro


Tanta la partecipazione all’incontro di stamattina sul tema sesso-potere-denaro alla Casa Internazionale delle Donne. E dico incontro (e non evento) perché è stato più che altro un modo per le donne di ritrovarsi e pensare insieme cosa fare, cosa fare di fronte a un sistema politico che riduce la donna a oggetto sessuale. Le accuse dapprima vanno agli uomini e tra tutti al presidente del consiglio, architetto di un sistema politico che cerca consenso “parlando alla pancia” degli uomini. Mi spiego. Il modello politico a cui assistiamo fa difficoltà a trovare consenso e legittimità attraverso le istituzioni e dunque ripiega su mezzi molto più semplici: la complicità maschile su “certe cose”. L’uomo è vittima dell’obbligo di desiderio (l’uomo deve per forza commentare una bella donna che passa, deve desiderarla e non tirarsi mai indietro), ciò lo rende autoritario e importante in questo mondo. E proprio su questo sentimento comune di bisogno di autorità e importanza fa leva Berlusconi per avere consenso. In tutto questo gioco le donne sono escluse, ovviamente. Nella situazione politica attuale le donne sono di fatto assenti, sono assenti nell’organizzazione della vita quotidiana; sono le prime ad essere colpite dai tagli delle varie finanziarie in ogni settore, della scuola, della sanità, dell’assistenza sociale -“ogni taglio è uno schiaffo alle donne” sostiene Grazia Zuffa, una delle organizzatrici dell’incontro. A questo punto l’autocritica da parte femminile. Si parla di assenza delle donne in politica perché le donne della politica hanno mostrato e mostrano fedeltà al partito nella sua più piatta accezione, hanno fatto della lotta alla violenza e del protezionismo della categoria i loro unici impegni verso le altre donne. In questo modo hanno reso un’immagine di vittima, nascondendo le risorse e l’energia che le donne al pari degli uomini possono dare al sistema. E di tale forza forse gli uomini si accorgono più delle donne stesse e cercano dunque di tenerle buone comprandole. Credo occorra una precisazione: questa critica non mette in discussione il lavoro e le battaglie del movimento femminista, anzi proprio per salvaguardare il lavoro di almeno due generazioni ci si domanda : “dove eravamo noi donne quando è nato questo sistema sesso-potere-denaro?”. La riflessione riguarda la situazione attuale ma ritorna sul tema centrale della lotta femminista: il rapporto tra essere e apparire, due condizioni che secondo il sistema sesso-potere-denaro coincidono poiché secondo tale modello la donna vale per il suo corpo, basta pensare alla società dello spettacolo.

(http://www.ilcorpodelledonne.net/documentario/index.html)

Che le donne non hanno spazio in politica si capisce anche dall’incontro di oggi, un raduno per dare voce pubblica e non politica all’indignazione di ciascuno. Le donne hanno bisogno di ritrovarsi per esprimere pubblicamente il loro disagio, la loro rabbia e trovare un modo per fare della loro causa una causa politica. Lo stato d’animo è lo stesso di qualche tempo fa (2 Giugno 2009) quando alcune scrittrici, giornaliste, docenti universitarie… hanno deciso di appellarsi al Cavaliere contro la degradazione e mercificazione della loro immagine, la motivazione la stessa, quella di rompere il silenzio assordante e chiedere rispetto al governo, alle istituzioni e al sistema politico tutto.

(http://download.repubblica.it/pdf/2009/due_giugno_donne.pdf)


Sara 10/10/09

mercoledì 7 ottobre 2009

Facciamo l'ipotesi...


"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A 'quelle' scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico."

(11 febbraio 1950 - Stralcio del discorso di Piero Calamandrei al III Congresso in difesa della scuola nazionale)

Roma, 3 ottobre 2009

lunedì 5 ottobre 2009

La libertà (e la qualità) dell'informazione

300.000 manifestanti per gli organizzatori, solo 60.000 per la questura.
Una piazza piena di gruppi di giovani, di anziani, di famiglie con i bambini, di facce comuni, nel senso più positivo del termine. Una piazza piena di sigle e di bandiere che sarebbe stato forse più giusto lasciare a casa.
L’occasione per ascoltare Saviano e Onida e un certo rammarico per un raduno così “statico”, che lascia i precari della scuola a sventolare da soli le loro bandiere viola invece di accompagnarli in
corteo.

A distanza di qualche giorno dalla manifestazione del 3 ottobre, che può essere commentata in mille modi, c’è da chiedersi cosa abbia signficato davvero questo evento così atipico. Perchè è bello vedere una folla tanto numerosa ma è anche strano dover invocare la libertà di stampa in un Paese del civilissimo mondo delle democrazie occidentali. A me piace pensare che questa richiesta sia stata dettata da un bisogno di verità, o meglio di sostanza. I tg ci illudono di aver passato mezz’ora ad informarci e invece non dicono nulla...avete visto la rubrica del Trio medusa a Parla con me?
http://www.youtube.com/watch?v=gDuElGP_Emw&feature=PlayList&p=AEA1B990A9DB4D9C&index=3

E’ giusto che Annozero possa ospitare Patrizia D’Addario e che La Repubblica possa continuare a pubblicare le sue dieci domande. Ma è soprattutto necessario che i giornalisti siano liberi di fare un’informazione di qualità, che possano offrire uno spaccato di realtà in mezzo a tutta quest’apparenza. Personalmente la vicenda delle escort non mi interessa per i dettagli deprimenti delle intercettazioni ma mi sconvolge per lo scenario vuoto e frivolo che ci costringe a scoprire. In realtà non voglio sapere dove e perchè Berlusconi abbia conosciuto Noemi Letizia, ma non posso accettare che il mio Paese sia fatto di uomini di potere e di ragazze con un tariffario per entrare a Palazzo Grazioli.

Questo mondo è descritto da uno dei film meno pubblicizzati degli ultimi anni: Videocracy-Basta apparire. http://www.youtube.com/watchv=MLKFgBhCe9w&feature=PlayList&p=67A6420794F86CE6&playnext=1&playnext_from=PL&index=84 . Il film è in realtà meno originale di quanto mi aspettassi, su Internet ci sono inchieste amatoriali altrettanto interessanti, ma il messaggio è forte e la scelta dei personaggi, perfino nelle inquadrature, è perfetta. Se, come affermato dal regista Erik Gandini, oggi sono crollati i vecchi schieramenti politici e la nuova distinzione è tra spettatori attivi e spettatori passivi, forse vale la pena vederlo.

Giulia