giovedì 30 luglio 2009

I.O.U.S.A


I.O.U.S.A è un simpatico gioco di parole: sta per “ i owe U(= you). S.A”, ovvero: “ti pagherò”. E’ il titolo di un documentario che è uscito nelle sale cinematografiche statunitensi, che ora viene affiancato da un libro che riporta per iscritto le interviste che sono riprese solo a spezzoni nel documentario, oltre ad una parte introduttiva al lavoro e le basi teoriche di fondo. In Italia, almeno che qualcuno non ne abbia saputo qualcosa ( ce lo faccia sapere), non si è sentito, visto nulla. Comunque al di là della distribuzione il documentario circola in rete in lingua originale, quindi chi volesse … Il nocciolo del lavoro svolto da un gruppo d’ illustri esperti del settore economico-finanziario è di tentare di riaccendere la dovuta, ma persasi per strada, attenzione ai problemi fiscali che affliggono gli Stati Uniti. David Walker, ex comptroller degli Stati Uniti, ovvero figura preminente che controlla i conti federali, e accettato dalle parti politiche come fonte imparziale, si è cimentato in un Fiscal Wake up Tour diretto in tutte le zone degli U.S.A per risvegliare la popolazione dal letargo civico in cui è caduto grazie all’inerzia del sistema politico. Il discorso di fondo portato avanti da Walker e che sorregge il documentario, nonché il libro, è la presenza contemporanea negli Stati Uniti di quattro deficit: di bilancio, di commercio, di risparmio, di leadership. Partendo dal primo: successivamente agli anni Clinton, in cui gli U.S.A erano risusciti dopo tre anni a raggiungere addirittura un surplus (attingendo ai fondi social security), piuttosto che un deficit (quota di debito pubblico aggiuntivo annuale) di bilancio, l’amministrazione Bush junior è riuscita a dilapidare il surplus ottenuto e di duplicare il debito pubblico complessivo degli Stati Uniti portandolo vicino ai 9 mila miliardi di dollari, pari al 66% del gpl=pil. prodotto dagli U.S.A. In pratica significa che il governo federale ha proceduto a spendere( vedi spese militari per due guerre: Afghanistan e Iraq insieme a spese per sanità etc.) più di quanto non abbia raccolto grazie alle tasse. A ciò non hanno ovviamente giovato i tagli delle tasse operati dal governo per motivi promozionali, elettorali etc. . Commerciale: gli Stati Uniti sono all’ultimo posto della classifica mondiale per quanto riguarda la condizione della bilancia commerciale; equivale a dire che a fronte di una minima quantità di prodotti esportati ne importano una quantità consistente dal resto del mondo. In particolare dalla Cina, dai paesi esportatori di petrolio ( Medio Oriente) , dal Canada, dal Messico e Giappone. Tale condizione, va da se, comporta una crescita minore del paese rispetto agli altri citati, dove invece la crescita è reale, ovvero si produce. Di risparmio: i cittadini americani hanno perso l’abitudine di risparmiare, tanto che si è registrato un tasso di risparmio negativo, ovvero la quantità di denaro risparmiato è meno della quantità spesa dalle famiglie, cittadini americani. Ciò è sintomo di una mentalità che è imperniata solo sul presente e che certo no da proprio importanza al futuro in quanto il tempo per pagare, ripagare i proprio debiti è dilatabile all’infinito. Ma oltre agli aspetti sociologici che si potrebbero tirare in ballo, vi è da sottolineare l’effetto che ciò comporta sul finanziamento dei programmi di spesa del governo. Se vengono a mancare i risparmi dei cittadini la nazione, nel nostro caso gli Stati Uniti d’America, otterrà capacità di spesa tramite la vendita,cessione di titoli del debito pubblico a Stati esteri. In particolare sono il Giappone, la Cina e i paesi esportatori di petrolio che oggi detengono gran parte di questi titoli; ciò comporta in teoria il rischio che un giorno, per esempio la Cina, potrebbe richiedere indietro i propri soldi, che aveva sborsato per i titoli, facendo aumentare i tassi di interesse provocando non pochi problemi all’economia americana. Di leadership: è evidente che più un paese dipende finanziariamente da un altro tanto più sarà vincolato nelle scelte di politica estera; oltre a questo aspetto vi è un problema di leadership negli U.S.A in quanto i politici , il sistema politico in generale non è capace di affrontare i problemi interni del paese, perché: proprio avendo un atteggiamento negligente verso tali questioni essi riescono ad ottenere consensi, rielezioni etc. In realtà è necessario prendere misure impopolari, ma efficaci per disintossicare l’economia americana dal colossale debito che la sormonta. In questa ottica non sono utili i tagli alle tasse effettuate dal presidente Bush per ben tre volte durante il suo primo mandato, non sono utili le spese militari per le guerre ( soprattutto quando poi i fondi vengo usati per appaltare ad aziende private (che effettueranno subappalti a loro volta) in un processo che segue le logiche di profitto del mercato e che spogliano il governo, lo Stato di una delle prerogative, dei doveri che vengono a lui assegnate anche dal fronte liberista, ovvero la difesa nazionale), ma soprattutto è necessario rivedere le promesse fatte ai cittadini sul fronte sanitario attraverso i benefit di Medicaid e Medicare (introdotti dal presidente Lyndon B. Johnson), ovvero mettere mano ad una riforma del sistema sanitario, soprattutto con il prossimo arrivo del pensionamento dei “baby boomers”. Oggi gli U.S.A avrebbero bisogno di un investimento pari a 53 mila miliardi di dollari per tenere fronte alle promesse fatte nel passato ai cittadini, non avendone in realtà alcuni. Se si continuasse a non affrontare il problema, a lungo andare ciò potrebbe portare al collasso dell’impero americano. Si può invece fare buon uso degli esempi del passato, della storia, Roma in testa, per capire che probabilmente le minacce più gravi ad un impero sono sempre arrivate dall’interno e che non serve puntare il dito all’esterno. In fine, di fondo vi è anche un problema etico, in quanto di questo passo le generazioni future avranno il compito di ripagare in qualche modo i debiti accumulati dalle generazioni che le hanno precedute, in pratica ogni bambino che nascerà, oltre a noi ha da colmare un debito che in realtà non è lui ad avere contratto. Sebbene questa analisi riguardi gli U.S.A il problema del debito è un problema che attanaglia anche l’Italia, ed in questo senso anche la gioventù del nostro paese; Il modo più rapido di venirne fuori è di richiamare ad una disciplina fiscale i nostri eletti, perché detto per inciso probabilmente è l’ignoranza della massa in questi temi che permette alle classi dirigenti di poter far uso di slogan demagogici, nascondendo che in realtà ogni favore che ci viene fatto verrà comunque ripagato con i nostri soldi. Il libro che presenta il documentario è composto di due parti: la prima che illustra i concetti dei quattro deficit sopracitati, mentre la seconda che è costituita dalla raccolta di tutte le interviste fatte durante le riprese del film. Vengono illustrati personaggi del panorama economico americano, quali ex presidenti della Fed, ministri del tesoro, esperti finanziari e giornalisti.

Alexander

Trailer del documentario I.O.U.S.A:

http://www.youtube.com/watch?v=HBo2xQIWHiM

venerdì 24 luglio 2009

Integrazione


Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…

…Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purchè le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

(Ottobre 1912 – Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli USA)

Fonte PeaceReporter del 5 Lug.2009

G8 L'Aquila

giovedì 23 luglio 2009

Cronache da L'Aquila


Partiamo. Sole, caldo, poca gente sinceramente, ma nel G8 del terremoto non si possono fare paragoni con Genova o successivi. Bandiere di Cub, sigle anarchiche, si succedono in una piccola carovana lungo la strada statale che porta fino al centro storico dell’Aquila. Sfiliamo lontano dalle luci, ombre della zona rossa, dal bunker … Sfiliamo accanto alle prime basi per le palazzine del futuro, accanto alla tendopoli di Bazzano. Una signora piange seduta, un giornalista si accinge a farle qualche domanda. Bobo, lo speaker urla, canta: trasparenza, ricostruzione dal basso e partecipazione popolare. C’è un clima a dir poco surreale. Sfiliamo sotto ad un sole cocente, lungo le vallate tra gli Appennini, gli stessi dove qualche aquilano geniale ha ideato il "yes we camp". Sembra non esserci il G8, sembra di stare fuori dal mondo; non sfiliamo tra mura cittadine, tra palazzi, tra vetrine; immersi nella natura la manifestazione anti-g8 si trasforma in un immenso coro di solidarietà ai terremotati. Piangono le signore al lato della strada, non sono troppe neanche loro, ma fa davvero caldo, e chi già vive in tenda tutto il giorno probabilmente si sta rifugiando all'ombra. C’è la televisione, c’è la giornalista del tg1 con borsa "Vuitton", e c’è il coro di disapprovazione che parte nascosto dietro ad uno stabile vuoto quando questa prepara il servizio per Roma; ci sono quei due che mostrano i glutei alla telecamera mentre lei parla, c’è la gente che ride. Sfila Ferrero, sfila D’angeli, Ferrando. La marcia è lunga: sette chilometri, ma le frasche ci offrono il riparo necessario tra le lunghe spianate di asfalto sotto al sole. Quando passiamo vicino alle basi dei futuri palazzi la gente e i manifestanti accorrono a fare foto; gli operai, rigorosamente con il casco si fermano e ci guardano, davanti a loro una ventina di poliziotti. Parte il coro: BASTA CON IL CEMENTO ARMATO! Siamo già oltre. Chiesa diroccata , tetti che hanno ceduto, polizia locale, vecchietti che hanno montato in fretta e furia un cartello con scritto Bar e una freccia. Una signora, affacciata al cancello che da sulla strada guarda triste. Mi avvicino.

Scena:
-Signora, come va?
-Bene.
-Come va?
-Eh, come va.
-Questa è sua?
-No, ma è da buttare. Noi stiamo la dietro... ma non sono le case il problema: è il lavoro! Bene o male hanno cominciato a costruire... sono tre mesi che non c’è lavoro.
-Che lavoro fa?
-Ho un attività a "Gastrinelle", qua vicino: pasta all’uovo... mi è caduto tutto l’edificio: tre mesi senza lavoro! Gli 800 euro non si vedono e continuiamo a pagare le tasse!
-Capito, la ringrazio-
-Grazie a voi... perfettamente d’accordo- e indica la gente che passa.
-Il suo nome?
-Anna.
Stretta di mano.
Continuiamo. Ci facciamo spazio tra i manifestanti, scorriamo lungo il corteo avanti e indietro: recuperiamo e perdiamo terreno; gli striscioni sono i nostri riferimenti: “ liberi dalle galere, liberi dal g8”.
In coda sfilano gli studenti, musica per conto loro, davanti gli altri con canti abruzzesi.
In mezzo, tra le due generazioni, ci sono quelli del Tikb, e "bietah jeray", piu incazzati:" a-a-anticapitalista!" Qualcuno chiede ad uno di loro ( sono olandesi) perché si vestono cosi, di nero, con gli occhiali; lui risponde qualcosa come "maschera", ma non capsico bene. Ogni tanto applausi reciprochi tra gli aquilani ed i manifestanti: “sia-mo-tutti aquilani”, “ Aquila-Aquila”!
Più avanziamo, più la strada si fa ombreggiata: lungo il percorso due benzinai, qualche fontanella per riempire la borracce, per bagnarci la nuca, i capelli; siamo oltre. Sulla destra un varco porta ad una bella casa di due piani, gialla, nuova, ma piena di crepe. Scena:
-Volete entrare? Ve la faccio vedere.
Dietro un cane scodinzola e cammina tra l’erba e il terriccio, davanti ad una roulotte e delle tende.
-No vabbè...
-Volete entrare?
Silenzio.
-Volete entrare?
Entriamo.
-Vi faccio vedere dentro.
-Voi abitate qua fuori? Nelle tende?
-Si.
Entriamo; ci mostra l’ingresso: un tavolino, qualche pallone, altra roba ammucchiata, una bici, forse due. Oltre la porta una scalinata e muri sbriciolati.
-E’ nuova?
-Ristrutturata da una anno. Da buttare giu.
Silenzio, imbarazzo, che dire?
Riusciamo.
-Qualche tipo di assistenza ve la hanno data?
Sorriso beffardo, mi guarda, poi di nuovo a terra con gli occhi, alza le braccia:
-Solo chiacchiere!
-Quanti siete qui nelle tende?
-Cinque, due se ne sono andati.
-Grazie, grazie mille.
-Il suo nome?
-Daniele.
-Il cane?
-Il cane: Terry, dopo la scossa è venuto giù ( indica le colline dietro la casa) e non se ne è andato più.
-Arrivederci.
Alza un braccio, con la mano in segno di saluto.

Inizia la salita, il più è fatto. Mancano due chilometri; andiamo.
Inizia la marcia in salita; ci fermiamo all’inizio appoggiandoci al “ guardrail” , alle spalle due edifici in legno costruiti da poco e un trattore che spiana il terreno.
Si vede il cartello del comune dell’Aquila. Passiamo oltre, sulla destra qualcuno scatta qualche foto approfittandosene della vista sulla vallata. La fila si stringe per passare lungo un via più stretta, tra un’impalcatura e un edificio dall’altro lato completamente distrutto. Qualcuno chiede:
-ma è la casa dello studente?
Qualcun’altro lo smentisce subito. Poi la strada si riapre, la folla si dirada: sembriamo molti di più. Qualcuno si è aggiunto durante la marcia.
Città fantasma:
serrande chiuse, brandelli di nastro che penzolano dai tronchi degli alberi, dai cancelli. Ciottoli, macerie, muri crepati: deserto. Tutto chiuso. Sensazione di desolazione, di abbandono; sulla mia destra una punto blu con il "tettino" completamente sfondato, ripiegato all’interno verso i sedili. Arriviamo più su: iniziano i giardini, la folla si ammucchia davanti alla polizia che blocca l’accesso al centro storico. Fine della corsa.
Ci mettiamo su un muretto a mangiare; dopo poco dalla folla ammassata qualcuno scappa veloce indietro, fuggi fuggi generale, qualche secondo di panico, poi niente.

Due dei nostri si mettono un fazzoletto intorno al viso e partono dentro alla folla. Qualche minuto e tornano.
-Beh?
-Niente, niente.
-Cioè?
-Se semo menati fra de noi, come sempre.
-Chi?
-Anarchici e centri sociali.
Una voce si alza con il megafono:
-Non cediamo alle provocazioni, non cediamo!
Un vecchietto torna incazzato nero, si siede vicino a noi.
-Che è successo?
-Ma che cazzo, ma vaffanculo!. Se vogliono fare a botte qui sono venuti?
Silenzio.
-Quell’altra stronza!?
-C’era un giornalista che stava la: aspetta, aspetta, che mo caricano. Chiama roma: ho la carica, ho la carica.
-Ma vaffanculo, va!
Silenzio.

Finisce un giornata all’Aquila, che protesta internazionale contro la crisi, contro il malgoverno mondiale non è stata. Giornata di solidarietà verso gli abruzzesi, giornata di visita. Giornata tranquilla; qualcuno sicuramente tra di noi penserà che lo sia stata anche troppo. Chi ha voluto ridimensionare una protesta, quale sarebbe potuta essere se non si fosse svolta in un luogo martoriato da un destino crudele, ci è riuscito. Non è riuscito però ad annullare la voglia di vedere, di esserci di alcuni. Poi ci si è messo il braccio destro del potere politico, il sistema mediatico a falsare ancora una volta le carte in tavola. Senza timori i servizi successivi alla giornata della manifestazione non hanno dato spazio ad una protesta pacifica, non di grandi numeri, ma forse significativa per chi vi si trovava in qualità di manifestante e in qualità di ospite: gli aquilani stessi. Viene meno l'elemento democratico cardine del sistema politico che ci prefissiamo in continuazione di realizzare, se non esportare: la capacità, possibilità di rendere note le proprie idee, ma non solo, perché in ultimo conta soprattutto il fatto che tali idee vengano prese in considerazione e che possano "influenzare". Oggi la politica tramite gli spazi che le vengono dedicati in televisione, e gli stessi mass-media, che non possono tirarsi indietro di fronte al loro ruolo all'interno del sistema, di canalizzatori di istanze, hanno il compito di dar voce ai molteplici interessi che compaiono pur minoritari, ma probabilmente nel nostro caso per i motivi già citati ( trasferimento del vertice all'Aquila), nel paese. Il tener celate continuamente voci che si levano pacifiche, e il sostituirle palesemente con altre costruite ad hoc non può essere e non sarà, a lungo andare, ma forse anche medio, sopportabile e positivo per l'evoluzione ( al momento più involuzione ) democratica dell'Italia. Se alla base di questo meccanismo di mistificazione vi sia una volontà o meno non è dato saperlo con certezza, ma tutto sommato non conta al fine delle conseguenze, dato che anche l'omissione può essere considerata come reato. La distorsione dei fatti, delle opinioni che non possono sfuggire ad una comunicazione circolare, rischiano di sovraccaricare e radicalizzare le forme di protesta di chi non viene ritenuto lodevole di far parte di una strategia prevalente di inclusione nel sistema. In altri termini una repressione verbale e non fisica, condurrà probabilmente comunque a ritorsioni; non vorremmo che si tornasse a fare della violenza uno strumento di partecipazione politica autorizzata e ritenuta legittima dalle stesse istituzioni.

Alexander 11/07/09




Una scelta sorprendente quella dell’Aquila come sede del G8! E cosa meglio dell’effetto sorpresa rende uno spettacolo gradito al pubblico? Il G8 dei giorni appena passati è stato inteso dal nostro governo come uno spettacolo teatrale, da allestire al meglio perché gli spettatori, cittadini italiani e non, rimanessero soddisfatti. La situazione globale è disastrosa, leggevo l’altro giorno che i disoccupati a fine 2009 sono destinati a diventare 50 milioni a fronte dei 30 milioni del 2008 e circa 200 milioni di persone, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, saranno spinti al di sotto della soglia di povertà mentre altri milioni di famiglie nei Paesi sviluppati rischiano di perdere la casa, l’assistenza sanitaria o la pensione. Nonostante questi presupposti l’interesse maggiore del nostro presidente del consiglio è stato il successo mediatico.. e di sicuro l’avrà raggiunto!! Ho provato a guardare i telegiornali (rai) in questi giorni, è stato utile sapere che la signora Obama ha scelto di vestirsi di giallo, che la Pezzopane (presidente della provincia del L'Aquila) è molto bassa e Obama ha dovuto piegarsi per fare una foto insieme a lei, che Berlusconi su esempio del presidente americano si è presentato in camicia il secondo giorno al summit e le first ladies si sono intrattenute a fare shopping nella capitale appena arrivate.. Credo possa bastare !! Per capire cosa si sono detti i potenti della terra accendo il computer, cerco in rete e scopro che gli stanziamenti per l’Africa (20 miliardi di dollari) sono stati promessi anche in altri appuntamenti internazionali, vedi il G8 di Glenagles, ma ancora non si sa da dove verranno presi i soldi e come saranno gestiti. Passando al clima, è fissato nel 2050 l’obiettivo della riduzione dei gas serra, 41anni per rendersi conto che i parametri fissati sono irrealizzabili e quindi rivederli. Le nuove regole finanziarie sono rinviate al vertice di Doha del 2010 e la legge dei mercati rimane il liberismo. A parole ogni incontro è un passo avanti ma nei fatti i paesi poveri sono messi all’angolo e subiscono le scelte dei potenti. Berlusconi sogna il successo e riduce i fondi per la cooperazione allo sviluppo nell’ultima finanziaria del 56%. E invece basterebbe ridurre del 4% la spesa militare mondiale e avere il doppio della cifra per l’Africa. Questo basterebbe a spiegare la mia partecipazione ieri alla manifestazione a l’Aquila. Ma c’è di più! C’è l’indignazione verso un governo, un presidente e quanti parlano di rispetto per le popolazioni terremotate!! Chiedere rispetto è un’altra delle belle invenzioni di Berlusconi per affondare il movimento no global e vantare il successo del summit. Queste persone non hanno bisogno di altre paure e altri danni, questo in sostanza il messaggio lanciato a noi manifestanti! Insomma la gente che soffre e la tragedia dello scorso 6 Aprile sono divenuti strumenti contro il dissenso.. Credo sia necessario da una parte valutare le reali condizioni della gente terremotata e dall’altra lo stato d’animo di noi manifestanti, disarmati. Inizio col dire che il percorso della manifestazione ha previsto tappe lontane dalle tendopoli e naturalmente dalla zona rossa (… la caserma di Coppito), ha riguardato la statale da Paganica ai pressi dell’Aquila. Sinceramente non mi sono resa bene conto della situazione dei terremotati ma ha notato le persone hai lati della strada mentre il corteo sfilava. La maggior parte erano persone uscite da tende o camper, piazzati nei pressi delle vecchie abitazioni, e guardavano cosa accadeva. Sembravano tutt’altro che contrariati o spaventati!! Uno di loro, il signor Daniele, ha insistito perché io ed un mio amico vedessimo le condizioni della sua casa, ristrutturata appena da un anno e da demolire: tutti soldi persi! L’insistenza mi è parsa quasi una richiesta di aiuto mista alla speranza che noi potessimo dar voce alle reali condizioni di quella gente. Le persone non avevano bisogno di quella visibilità che il governo ha tanto vantato, anche se dalle immagini dei tg appare questo. Appare la gente in festa all’arrivo del cancelliere tedesco a Onna, appare in festa oggi mentre visita la caserma allestita per il grande spettacolo. E cosa avrebbe da festeggiare? Forse il passaggio delle forze dell’ordine che perlustrano ogni spazio della città, che consigliano la chiusura dei negozi e tutto quanto rievochi (o meglio provi a rievocare) la normalità. La viabilità è sconvolta, le camionette della polizia arrivano a Roma. Le persone già devastate non hanno bisogno di altra tensione.. ma questo vale solo per le manifestazioni di protesta. In fondo il G8 è un regalo per gli Aquilani, si distraggono, vedono volti nuovi, gente famosa (addirittura George Clooney). E invece le popolazioni non si lasciano incantare, noi manifestanti non ci lasciamo incantare!! Gli Aquilani sanno cosa sta accadendo loro. Gli Aquilani sanno che anche gli aiuti e i sistemi di emergenza dipendono dal Governo; il rapporto tra i cittadini e lo Stato è una relazione tra privati e chi non può permettersi, per questioni di reddito e distruzioni pesanti, di intervenire sulla propria casa rimane isolato e dimenticato. Le persone comuni non partecipano alla costruzione del loro futuro, non hanno voce in capitolo. Forse proprio questo ha cercato di fare il signor Daniele, dire la sua, dar voce al suo dramma. La popolazione ha comunque cercato di dire la sua, facendo la fiaccolata a tre mesi esatti dalla tragedia, facendo manifestazioni pacifiche (vedi yes we camp e last ladies)… A questo proposito manifesto un dubbio. Mentre sceglievo se manifestare o meno, credevo che l’unico rispetto fosse dovuto alla gente locale, alla scelta che questa avrebbe fatto riguardo a se e come manifestare. La gente ha scelto queste manifestazioni simboliche e alternative e i comitati pro terremotati hanno scelto di non aderire alla manifestazione di ieri, tranne Epicentro solidale (così leggevo prima di partire). Pensandoci non ho rispettato questa decisione, ma se da una parte mi sento vicina alla popolazione abruzzese, dall’altra le motivazioni contro il teatrino del G8 sono altrettanto forti. Ho creduto che le due proteste potessero unirsi ma le popolazioni sconvolte non credono nella politica, proprio a causa del rapporto privato tra stato e cittadini che dicevo. E invece il movimento e le forze progressiste dovevano farsi carico della causa dei terremotati e dare voce alla loro protesta. Credo che la trovata di Berlusconi abbia influito parecchio sulle sorti della manifestazione di ieri. (Per alcuni versi la scelta di andare a l’Aquila è stata dettata dalla volontà di non dargliela vinta). Io non sono dentro all’ attività di coordinazione delle proteste, ma da quanto ho saputo è stata molto scarsa e tardiva. Le valutazioni da fare a riguardo sono moltissime. Bisogna analizzare i numeri scarsi, la poca rilevanza mediatica e capire con quali forze e come andare avanti. Riguardo ai numeri il discorso credo sia delicatissimo e interessa l’intero scenario politico, sono le stesse riflessioni al momento delle scorse politiche e europee e riguardano le forze radicali. La scarsa rilevanza mediatica è dovuta, come tutti sappiamo, ad un’informazione controllata quasi interamente dall’impero Berlusconi. Forse devo ammettere che anche la forma di protesta incide e molto. Io non sono certo per la lotta armata ma vedere che una giornalista del tg3 accende la telecamera e registra informazioni solo quando tafferugli avvengono alla testa del corteo è disarmante. Purtroppo farsi sentire quando l’informazione è tutt’altro che a più voci, quando il governo pare trasformarsi in regime, quando assistiamo ad arresti preventivi e ci tolgono il diritto di manifestare è impossibile. E parlare solo quando ci è data la parola, in situazioni legali e autorizzate, non so quanto ora possa essere efficace. A proposito devo ancora riflettere e prima di fare conclusioni affrettate, concludo!

Sara 11/07/09