
“Shock economy” è la storia di come una crisi, sia essa un colpo di Stato, un conflitto armato o una catastrofe naturale, può essere sfruttata come finestra di opportunità per l’imposizione di politiche di privatizzazione, deregulation e tagli alle spese sociali. Il capitalismo dei disastri agisce in corrispondenza di eventi eccezionali, anche molto diversi tra loro, ma in grado di produrre effetti analoghi. In primo luogo, essi disorientano: spaventano, spezzano i legami all’interno della comunità, fanno saltare i regolari processi istituzionali e creano delle “zone franche” all’interno delle democrazie. In secondo luogo, i disastri svolgono la funzione di “armi di distrazione di massa”, che spostano l’attenzione della popolazione dai temi economici a necessità più immediate, prima fra tutte la sopravvivenza. Infine, le crisi profonde mettono nelle mani di politici ed economisti una tabula rasa, un foglio bianco privo di quelle che i Chicago boys definiscono come “distorsioni keynesiane”, una base su cui costruire da zero il libero mercato.
La narratrice di questa storia è Naomi Klein, già autrice di “No logo”, il manifesto del movimento No global. Questa imponente inchiesta giornalistica, frutto di più di cinque anni di lavoro, è stata pubblicata in Italia nel 2007, mentre è di quest’anno la presentazione al Festival di Berlino del documentario “The shock doctrine”, ispirato al libro. Naomi Klein non è un’economista e la sua metafora delle politiche friedmaniane come elettroschock, punto forte dell’intera opera, può apparire più come un espediente letterario che come un nucleo teorico convincente. Eppure la mole di dati, nomi, connessioni che “Shock economy” offre è così completa, dettagliata e, forse è il termine più giusto, alternativa, da fornire un punto di vista nuovo e sorprendente sugli ultimi decenni di storia. Non tanto o non solo perchè rivela cose che non sappiamo, ma anche e soprattutto perchè ci ricorda con quanta facilità dimentichiamo cose che pure ci avevano scandalizzato (dalle generali implicazioni economiche della guerra in Iraq fino ad Abu Ghraib).
La varietà di casi storici proposti come esempi e l’estrema consequenzialità con cui vengono presentati gli eventi conferiscono all’inchiesta una certa “rigidità”: tutto viene ricondotto alla dottrina dello shock, tutto entra a far parte di un disegno più generale e mai casuale. A questo proposito il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz , che pure ha apprezzato l’opera nei suoi aspetti più propriamente giornalistici e nella sua critica alla dottrina di Friedman, ha accusato la Klein di ipersemplificazione. D’altro canto, la chiarezza con cui la tesi di fondo viene formulata e riproposta ad ogni pagina lascia i lettori liberi di afferrarla, giudicarla, criticarla o farla propria.
La storia inizia con l’ascesa dei Chicago Boys nei Paesi dell’America Latina, dove essi hanno portato avanti una vera e propria controrivoluzione pur riuscendo a mantenere l’ideologia friedmaniana “pulita” agli occhi dell’opinione pubblica, ovvero non collegata alle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature. Successivamente, la dottrina dello shock ha dominato la transizione dei paesi dell’area comunista verso l’economia capitalista: operazione gestita senza alcuna gradualità attraverso massicce iniezioni di neoliberismo. Parallelamente, la shockterapia è stata applicata in Sudafrica, dove il successo politico della fine dell’apartheid ha coperto l’enorme insuccesso economico. Infine, gli esempi più eclatanti degli ultimi anni sono il conflitto in Iraq e il post-tsunami in Sri Lanka.
In tutti i casi citati, il neoliberismo ha comportato uno sgretolamento, o meglio uno svuotamento, dello Stato. Ad essere esternalizzati e affidati al settore privato non sono più compiti “marginali”, ma funzioni come il mantenimento dell’ordine e della sicurezza e la gestione dei conflitti: ambiti che perfino il liberismo tradizionale attribuisce al governo. Le possibilità di controllo da parte dello Stato si azzerano poi definitivamente quando entra in moto la catena dei subappalti. Una delle conseguenze più gravi della consegna ai privati di questi compiti è la perdita dell’incentivo alla pace. Nella visione di Naomi Klein, Israele non ha alcun interesse a compiere sforzi di negoziazione se la sua economia è quasi interamente basata sul settore della sicurezza e se trova nell’infinita guerra al terrore la principale fonte di crescita.
Naomi Klein punta il dito contro i politici e le multinazionli (come è ampiamente dimostrato nel libro, il confine è spesso molto labile), contro la Scuola di Chicago e le sue derivazioni, contro la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. In particolare, porta a galla la contraddittoria evoluzione delle istituzioni di Bretton Woods, divenute principali armi di condizionamento economico-politico, in quanto subordinano l’erogazione di aiuti finanziari all’accettazione di privatizzazioni, liberalizzazioni, decentramento. Il capitolo dal suggestivo titolo “Lascia che bruci” spiega appunto come le crisi valutarie abbiano messo in ginocchio l’Asia con la complicità dell’FMI. Tra i colossi dell’economia accusati dalla Klein spiccano invece gruppi come la Lockheed Martin, che si trova nella condizione di curare nelle cliniche private che gestisce le persone ferite dalle bombe che produce, di aggiudicarsi appalti edili relativi alle aree che ha appena raso al suolo. E in effetti, che differenza c’è tra distruggere e ricostruire quando entrambe le azioni sono fonti di profitto?
Giulia
Joseph Stiglitz commenta Shock Economy :
Trailer del film tratto dal libro di Naomi Klein:
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