Camminavamo, io e Tiziano, lungo corso Vittorio Emanuele. Ci voltavamo indietro, e un po’ euforici ci dicevamo quanto spettacolare fosse quella marea, quell’onda. Ho ancora fisso in mente il fiume di gente che in quei giorni, unita da uno spirito gagliardo di vitalità democratica, scorreva lungo le strade: via Cavour, via Merulana, verso il Colosseo, oltre Trastevere, sotto il ministero della pubblica istruzione, oppure ancora verso il rettorato dell’università lungo via Ostiense. Giorni in qualche modo indimenticabili, quelli che avevi sempre sognato di vivere durante il liceo, quando ti ritrovavi nelle assemblee semi vuote a fare “comunella”, a ricreare uno spirito di critica nei confronti del mondo fuori dai muri della scuola. Bene o male, che dir se ne voglia, fu tutto positivo, finchè fu movimento di massa, meno quando spiriti elitari, più o meno definibili nei soggetti, poco nelle capacità e nelle qualità, ammesso che qualcuno li avesse legittimati ad esserlo, decisero di porsi come guide all’azione. Ma lasciando aperte le ferite dovute al tramonto di un’ onda studentesca e di quali furono gli aspetti organizzativi negativi, è curioso pensare che sia passato un anno da quando le nostre voci e la nostra protesta si scagliavano contro la Gelmini. Capita poi che un anno dopo vai a pagare le tasse universitarie e che ne devi sborsare 500, e non più 398 di euro per l’iscrizione al terzo anno ( incremento del 25%) e capisci che non avevi torto a prevedere aumenti consistenti, e sinceramente ti girano. Ma più che altro ti chiedi dove siamo finiti noi, onda, nell’ora dell’alta marea autunnale, ora che le tasse ce le hanno alzate per davvero, ora che le conseguenze le possiamo toccar con mano. Vale la pena chiedersi se fu casuale quel movimento, quell’agitazione, se fu una moda. Vale la pena chiederselo perché in fondo le cose non sono cambiate molto. Voglio dire che ci ritroviamo un anno dopo a sonnecchiare tra l’inizio delle lezioni e le prime sfogliate di pagine dei libri, ma in fondo in fondo una sensazione di inadeguatezza si può ancora sentir scorrere tra i palazzi delle città. Se pensiamo alla manifestazione del 3 ottobre, a quella della FIOM, a via San Giovanni in Laterano, va veramente tutto bene? Dovremmo chiedercelo; ora, mi si potrebbe dire che l’anno scorso era tutto apolitico, mentre le iniziative di ora sono politiche. A parte il fatto che dubito della politicizzazione della manifestazione del 3 ottobre, ma l’anno scorso fummo apolitici nella composizione, certamente non nell’obiettivo. Tanto più oggi non possiamo far finta di andare a protestare in piazza senza immischiarci nella politica, in quanto tutto è politica, tutto. E non possiamo tirarci indietro, movimento onda ed altri allo stesso modo, nel preciso momento in cui, più di qualsiasi altro periodo ci sia stato nella storia della nostra democrazia imperfetta, vi è uno scollamento abnorme tra richieste della cittadinanza, della società e rappresentanza partitica. Non possiamo tirarci indietro di fronte alla responsabilità che abbiamo, e che deve essere presente in ogni paese che aspiri a definirsi democratico, di far valere le nostre idee, istanze e necessità. Quando non vi sono interlocutori istituzionali, quali i partiti, non disposti o non capaci, per difetto sistemico o proprio di visibilità, di caricarsi sulle spalle le nostre richieste, non abbiamo altra scelta se non quella di farci sentire tramite la nostra di voce. Onde per cui auspico che vi possa essere una nuova iniziativa di sollecitazione del mondo istituzionale da parte dei movimenti che vivono il disagio odierno di una società problematicamente razzista, sia verso gli immigrati, sia verso gli omosessuali, di un mondo di precariato e di un mondo di lotta fittizia all’evasione delle tasse che passa attraverso scudi fiscali varati senza un’ opposizione in aula; di un mondo in cui le più alte cariche statali un giorno usufruiscono di giri di prostituzione interni ai palazzi, mentre l’altro gestiscono in modo quanto meno dubbio questioni di comuni corrotti dalla mafia, di un mondo in cui le notizie arrivano male e neanche tutte, in cui vengono messe a rischio le garanzie delle regole del gioco democratico: sì, perché oggi sembra tutto un gioco in questa Italia delle maggioranze plebiscitarie e dei numeri, ma a questo punto, visto tutto quello che c’è in ballo, non vale forse la pena di giocare? Potremmo anche non vincere, ma dobbiamo partecipare. Alexander
Lo ricordo come fosse ieri... Eravamo tutti i giorni in facoltà a discutere e a confrontarci. Eravamo tutti i giorni in strada a dimostrare che c'era chi non sapeva tacere davanti alla distruzione del sistema dell' istruzione pubblica. Eravamo tra la gente che pian piano cominciò a pensare, cominciò a capire. E poi? Cosa ci è successo? Colpa del freddo, degli esami, del fatto che in realtà non ci credevamo? Mi sento di dire che ci credevamo eccome e non abbiamo mai smesso di crederci nè davanti al fraddo nè davanti agli esami! Il vero problema è stato che alla fine lo spirito egoistico delle "Organizzazioni" che erano presenti in quel movimento, in quell' Onda, ha prevalso. La loro voglia di leadership, di gestire totalmente la linea politica e di porsi come unica guida, ha paralizzato tutto. Ricordo l'assemblea nazionale dell' Onda alla Sapienza che fu uno degli ultimi "colpi" sparati dal movimento. Ricordo che andammo avanti per ore e ore a parlarci in faccia e a ripetere le stesse cose sia che a parlare fossero studenti siciliani o lombardi. E non ci rendevamo conto che tutto stava per finire.
RispondiEliminaE' triste ma dobbiamo fare i conti anche con la nostra responsabilità e soprattutto a questo sono serviti i molti mesi trascorsi. Non siamo stati in grado come base del movimento di prendere in mano la situazione e di rilanciare il conflitto. Non siamo stati in grado di muovere una critica più profonda e complessiva alla società. Siamo rimasti chiusi nelle nostre richieste e ci siamo fatti identificare come "quelli che si oppongono a", come un movimento del NO. In tutto questo è riassumibile la fine di quell' esperienza, la fine di un sogno di cambiamento. Per mesi ci è rimasta incollata addosso la depressione politica che derivava da quel fallimento. Ma ora basta, ora abbiamo superato le difficoltà e con la mente lucida e la consapevolezza delle lezioni che il passato ci ha impartito è il momento di rialzare la testa, autorganizzando la protesta nelle facoltà e coordinandoci col mondo del lavoro, coscienti che l' unione delle due sfere è essenziale per la nascita di un progetto maturo. Ma dobbiamo fare attenzione a non ricadere negli errori del passato e a non abbandonarci all' egemonia di "realtà" più attente ai loro interessi che al reale cambiamento. DOBBIAMO ripartire perchè ce lo impone il senso di inadeguatezza a questa società, ai suoi valori, ai suoi miti, alle sue pretese. DOBBIAMO ritornare in strada e dobbiamo riprendere ad entusiasmarci guardando quella "spettacolare marea". Per parafrasare il tuo finale e per citare uno che a crederci ci credeva davvero, direi che "chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso" e a noi perdere non piace proprio.
Condivido, siamo affini, ma mi chiedo da dove ripartire concretamente. Quali i luoghi, quali i modi? Possiamo fare a meno di strutture organizzate a cui appoggiarci, per rianimare quei spiriti democratici assopiti, ma che in fondo, nel loro intimo ancora rabbrividiscono di fronte al tetro dilaniarsi della nostra politica nazionale. Forse si. Ma ancora di più, forse, aspettiamo sempre che sia il nostro vicino a farlo. Forse dovremmo osare? Sono domande, questioni che mi pongo, a cui non è sempre facile dare delle risposte in cui si è pienamente sinceri con se stessi; ma è da questi interrogativi che bisogna ripartire: ricominciare a fare gruppo e condividere idee. Come movimento, siamo stati un fenomeno di "politica insorgente". Siamo, e nasciamo, in concomitanza, anzi per effetto, di una particolare contingenza. Possiamo farne a meno? Non lo so, ma probabilmente dovremmo dotarci d' ora in avanti di una maggiore consapevolezza: prendere coscienza dell'essere collocati in una realtà politica nella quale siamo opposti ad un potere isituito-istituzionale che non possiamo far finta di non vedere, al quale ci dobbiamo relazionare. In altre parole uscira dalla dimensione estetica momentanea dell'insorgenza per collocarsi in un come e in un quando non più casuali. Forse andremo a contraddire la stessa natura di quel che siamo stati, che saremo e saranno gli studenti in futuro, ma se vogliamo almeno soltanto sperare di cambiare le cose, se vogliamo provocare degli effetti e non essere più solo una marea, ma un'onda d'urto dovremo diventare più maturi e più stabili. Ora e adesso? Lo spero.
RispondiEliminaAlexander
"spiriti elitistici" ?
RispondiEliminaOpterei, meglio, per "elitari".
"qualcuno l’avesse legittimati"
Tipica scorciatoia romanesco-guzzantiana.
"Li avesse, ecc." è più corretto.
Non entro nella riflessione esistenzial-politica, che di anno in anno si riproduce nelle nostre menti, da 40 anni a questa parte (e che comunque è abbastanza convincente). Volevo solo dire di non fornire alibi alla Gelmini, la quale, anche, manifesta discrasie sintattiche... ma forse lo ignora.
r.
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RispondiEliminaA noi il dovere di sbagliare affinchè voi consideriate l'obbligo di insegnare. Che si entri nel merito! Perchè se voi ci diceste dove si è caduto in errore in passato, potremmo far in modo, non dico di cambiare le cose, ma almeno di ragionare su altre questioni: che insomma la riflessione esistenzial-politica si evolva.
RispondiEliminaAlexander
Oggi come oggi all'italia serve un partito di massa stile pci o lega. I movimenti possono aiutare nel costruirlo ma da soli non servono a niente, sono destinati a spegnersi perchè elitari e incapaci di coinvolgere le plebi del paese.
RispondiEliminaqualcuno direbbe "i saluti so 'na cosa primis" ed io saluto i miei più o meno vecchi amici che scrivono su questo bel blog dal sapore sincero e giovane,nell'accezione più romantica del termine. Proverò a condividere qualche idea esposta già in altre occasioni,magari davanti una birra,in assoluta malafede - è importante guardarsi sempre dalle persone in buona fede - e cercherò di mettere un pò di punteggiatura .
RispondiEliminaL'onda... "Questa è l'onda che vi travolge !!!" (e qui paura e sconcerto tra le fila nemiche )
oppure il celeberrimo "Noi la crisi non la paghiamo!!!" anzi,precisiamo : " Noi-la-crisi-non-la-paghia-mo !!!",poi qualcuno che stava pensando più all'esame di analisi o alla ragazza dell'amico che alla crisi si confondeva e scandiva a gran voce frasi oscure e sibilline come :"noi la crisi ce la mangiamo!" o "noi la crisi ce la compriamo!"(!?!)...puntini
Vabbè poi la crisi l'abbiamo pagata,ovviamente,senza fare troppe storie,da veri gentiluomini. Anche io ,con molto meno spirito critico ,mi gettai nei "giorni della rivolta"con sincerità e passione,proprio dopo 40anni dal "mitico" (?) '68,e non dite che non ci avete pensato anche voi almeno una volta...
Ed allora via con letture di giornali,cineforum,collettivi,assemblee,discussioni,molte birre,striscioni,rime più o meno baciate,mitomani stempiati(FUORISEDE?)che scrivevano ore ed ore opuscoli vaneggianti la rivoluzione -non li avrà mai letto nessuno-(anzi lancio un appello per trovare un lettore di opuscoli,non sono previste ricompense),ragazze bruttine che correvano avanti e dietro per i corridoi chiamando all'adunata giornaliera, sciarpone del '77,chitarre e canzoni (quelle sono le stesse dal '68),scalmanati semianalfabeti arruffapopolo che cercavano di rincoglionirti (ma cosa vogliono?),poi... ATTENZIONE-ATTENZIONE : i nostri sempreverdi fascisti la cui apparizione era temuta come quella delle orde barbariche del IV sec. fanno la loro comparsa chiassosa sulla scena,ravvivano un pò lo spettacolo,qualche applauso,molti fischi,ma è una comparsata guittesca,sul più bello appaiono all'orizzonte i giovani dei centri sociali il cui arrivo è salutato dai terrorizzati e storditi studenti delle scuole medie come quello del settimo cavalleggeri... pim-pum-paaam!!! botte senza economie(?);i buoni vincono. Si torna a casa prima di pranzo.Per completare il presepio stile "anni di piombo" exploit&sparate reazionarie di KKKOSSIGA, pseudo morte di Andreotti e la voce fuori campo di Licio Gelli...Berlinguer assente giustificato.Vintage servito.Poi troppi centri sociali sciacalli,poche idee e,ancor meno,fegato : sembra di essere capitati in un cinema un pò decadente, un pò vecchiotto,dove mandano il remake patetico di un classico, alcuni vecchi attori sono gli stessi dell'originale ma molto invecchiati,altri giovani e ambiziosi ma poco credibili,poi i soliti caratteristi,e molti molti generici. Potrebbe esserci un nuovo film anche,forse,(ma ciò è molto improbabile)un nuovo genere... ma,al fin della fiera,siamo sicuri che la gente pagherebbe per vederlo???
Alove 7
Mi è capitato di sentir parlare del ’68 come di un grande romanzo di formazione, il tentativo di una generazione di raccontare la propria storia. E così l’anno scorso (in questo non posso darti torto) anche noi abbiamo cercato di scrivere il nostro Bildungsroman e le tappe ci sono state tutte, compreso l’approdo finale alla disillusa età adulta, a questo autunno per niente caldo. Abbiamo rispolverato qualche slogan storico, tentato di vivere la nostra Woodstock nelle notti bianche sotto la Minerva e, quando ci ammucchiavamo nell’aula magna di Valle Giulia, ci sembrava quasi di portare dei sampietrini nello zaino. Tutto vero.
RispondiEliminaTuttavia non possiamo prenderci così poco sul serio da dimenticare che quel “remake” è stato girato da migliaia di studenti. Magari per moda, magari per non pensare all’esame di analisi, magari per provarci con la ragazza dell’amico, ma tutti in quei giorni hanno sperimentato cosa significa organizzarsi, ragionare insieme, sapere di avere i numeri quantomeno per entrare nell’agenda politica. E in mezzo ai “mitomani” e ai “soliti caratteristi” (che c’erano, lo confermo) ho visto anche tante persone in gamba. Ma soprattutto ho visto ragazzi che non si erano mai interessati alla politica partecipare per la prima volta ad una manifestazione e farlo con convinzione e assorbire quanto di positivo c’era nel movimento. Questa operazione culturale di restituzione della fiducia nella lotta politica (troppo “vetero” come termine?) è fondamentale in un momento in cui la tentazione di dire “fa tutto schifo, è tutto uguale” è veramente forte. D’accordo, i movimenti da soli non possono nulla, non sono in grado di riempire i vuoti del sistema partitico. Ma questa loro debolezza strutturale (sono "liquidi", eterogenei, basati su relazioni informali) è allo stesso tempo la loro forza e va sfruttata. Per quanto il risultato possa sembrare fallimentare, e il naufragio dell’onda è stato una delusione per tutti, ogni esperienza può essere recuperata e diventare un nuovo punto di partenza.
La replica del film sarà un flop? Può darsi. Ma se il cinema riapre un salto ce lo faccio.
Giulia