lunedì 9 novembre 2009

Venti di crisi


C’è stato un periodo della nostra storia che viene comunemente detto guerra fredda. Esso è stato caratterizzato dalla compresenza di due modi di interpretare il mondo, di due ideologie che si rincorrevano per acciuffare nuovi e sempre più numerosi paesi da accogliere sotto le proprie ali protettrici. Era uno scontro che si delineava su più piani: da quello ideologico, identificabile nell’opposizione tra economie pianificate ed economie guidate da mani invisibili, a quello militare e tecnologico, che si realizzava nello sviluppo di nuove armi di distruzione di massa. Entrambe hanno compiuto crimini, più o meno direttamente, contro i diritti dell’uomo nell’accezione più ampia del termine e contro il diritto internazionale. Repubblica Cecoslovacca, Cile, Ungheria, Guatemala, El Salvador e Vietnam sono paesi che nel corso della storia hanno subito i deliri di onnipotenza di queste due visioni del mondo. Alla fine della competizione risultò vincente in termini di sopravvivenza il modello capitalista e tale evento, tale vittoria, è comunemente rappresentato dalla caduta di un muro di 155 Km che divideva in due una città, una nazione, un continente e simbolicamente, a detta di quelli che oggi festeggiano i vent' anni dal 1989, l’intero pianeta. Vinse la mano invisibile, a detta di alcuni la democrazia, che, intendiamoci bene, non sempre ha rappresentato la libertà, ma sicuramente mediamente più dei totalitarismi. Allora, vent’anni fa, fu gioia; lo fu per le famiglie della nazione tedesca che poterono riabbracciarsi dopo una lunga separazione forzata, che non meritavano, che non volevano. Venti di libertà soffiarono sulla Germania, sulla Russia e attraversarono i suoi ex paesi-satelliti. Presto però la mano invisibile, che pure aveva vinto la resistenza del pugno alzato, si dimostrò non invisibile, ma addirittura assente, nulla. I venti di libertà si trasformarono in venti di crisi, di recessione, di depressione economica e di povertà. Noi occidentali vincemmo, ma perdemmo la Russia e l’Europa dell’Est: le perdemmo per strada miseramente e clamorosamente. Fu colpa nostra. Colpa delle istituzioni internazionali. Vinse la democrazia, ma in Russia dominò la corruzione. Vinse il mondo sviluppato, libero, ma, come spesso accade, in Russia non vi fu sviluppo, ma recessione e le persone, nello stupore di chi non crede ai propri occhi non sapendo neppure con chi prendersela, passarono da una libertà negata da burocrati di partito a libertà “un po’ più libere”, ma frustranti: negate da burocrati di istituzioni internazionali completamente lontani dai loro problemi. Per noi erano più liberi, ma loro si sentirono solo più poveri.

In pratica quello che avvenne dopo e che molti non sanno è che la Russia passò nelle mani dell’ideologia neo liberista; intendo dire che fondamentalmente la Russia si liberò di un regime politico oppressivo per affondare in un regime economico che addirittura comportò per la maggior parte della sua popolazione un peggioramento delle loro condizioni di vita. Se prima i russi non furono liberi di scegliere tra l’insalata e la carne poi non furono liberi di mangiare. FMI sta per fondo monetario internazionale e rappresenta il principale soggetto istituzionale che guidò la transizione dal modello comunista a quello del libero mercato. Una transizione di questo genere può comportare un aumento delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni e potenzialmente instaurare un modello concorrenziale e non monopolista dell’offerta dei beni. Ora, accade che se si privatizza e si liberalizza senza però creare regole, istituzioni che vigilino sull’effettivo realizzarsi della concorrenza, non si fa del bene in termini di abbassamento di prezzi per la comunità, ma si crea un aumento dei prezzi e un aumento della disoccupazione. Accade poi, che se un paese come la Russia subisce gli effetti negativi di una crisi globale che compromette la credibilità dei paesi emergenti, e la comunità finanziaria internazionale, i paesi più ricchi, spinge per aiuti al governo affinchè si mantengano alti i tassi di interesse (ciò dovrebbe, secondo i teorici, i burocrati e gli economisti dei numeri, aiutare l’afflusso di capitali esteri) questo comporta fuga di capitali dei più ricchi verso l’estero (grazie ovviamente alla completa liberalizzazione della circolazione dei capitali), fallimenti di imprese nazionali, disoccupazione, un elevato potere d’acquisto (per chi non è stato già licenziato, s’intende) nei confronti dei prodotti provenienti dall’estero (magari Mercedes o Gucci) e ulteriore depressione della produzione interna. In dieci anni la Russia ha visto aumentare il tasso di povertà, considerando il parametro dei due dollari al giorno, dal 2% al 21% e se consideriamo quattro dollari al giorno la cifra si aggira sul 40%, mentre nello stesso periodo il reddito medio si aggirava attorno ai 4700 dollari. Tradotto: c’era chi guadagnava troppo e chi niente: sperequazione in termini economici, a livelli tossici. Se mi si chiedesse se tornerei ad un regime comunista direi sicuramente di no, anzi neanche risponderei per rispetto di una popolazione che ha subito torture, omicidi politici, repressioni, negazioni di libertà di cui non posso neppure avere cognizione, se non per quello che ho studiato. Ma ciò ci esime dal guardare con sguardo critico a ciò che è successo mentre c’eravamo? Dal criticare ciò che non è andato e nel proporre cosa si sarebbe potuto fare? Se quel muro è caduto per la libertà, allora dobbiamo pretendere che ci sia un ‘informazione che non sia distorta come lo era prima, ma che racconti ciò che è accaduto almeno da quel 9 novembre in poi. Altrimenti quel muro è caduto a vuoto, altrimenti è stata conquistata una libertà effimera: quella per i rotocalchi, per le testate giornalistiche o per i libri di qualche ex presidente. Che si faccia luce sugli orrori del regime comunista, ma che ciò non significhi chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie del presente.

Alexander

4 commenti:

  1. I cittadini sovietici vivevano meglio al tempo dell'urss, non ci sono dubbi. Ma l'unione non è crollata senza motivo: l'economia sovietica, che aveva garantito ai suoi cittadini un benessere limitato ma diffuso ed equo, non era più in grado di sostenere lo sforzo necessario a mantenere quel tenore di vita per una massa di cittadini poco produttivi. Sprecò le poche risorse che aveva nel raggiungere la parità militare con l'alleanza occidentale, nel mantenere degli inutili ed economicamente controproducenti stati satelliti e nel condurre campagne militari per promuovere la rivoluzione in africa, sudamerica ed asia. Quando poi la sua economia entrò in contatto con la crisi economica degli anni 80, in ritardo rispetto al resto del mondo, non era abbastanza flessibile da resistere, e dunque collassò. La russia di oggi paga ancora gli errori dell'urss, che non sono stati causati anche se sicuramente peggiorati dal liberismo. Era possibile alla russia raggiungere una situazione di benessere migliore di quella raggiunta con le dottrine liberiste? sicuramente si, il passaggio da una economia del tutto pianificata ad una iperliberista non può portare altro che danni, ma credo molto improbabile che qualsiasi politica economica avrebbe salvato la russia dal disastro in quel momento.

    Jacopo

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  2. Penso anche io che la Russia avesse i suoi problemi e non sia crollata per colpa del liberismo; ma sicuramente il disastro russo è identificabile nella gestione assurda della transizione da parte del FMI e nelle politiche adottate al momento della crisi del 1998, non nella caduta stessa del sistema sovietico.

    Alexander

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  3. I porci che camminavano su due zampe 60 anni fa sono sostanzialmente gli stessi che camminano oggi impettiti e tronfi per le vie della settecentesca Pietroburgo,a braccetto con belle bionde del baltico...
    Osservando qualche vecchio dipinto e leggendo libri che ognuno di noi può trovare in casa PROPRIA,si capirà,amici miei,come fossero gli stessi porci bipedi a governare quel grande paese
    (che l'Alfieri definì popolato da barbari travestiti da europei) ai tempi dello Zar Nicola e, presumibilmente, anche molto,molto tempo prima di lui.
    Ninete di nuovo sul fronte ORIENTALE,prosit.

    ALOVE 7

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  4. Fino al 1970 il tasso di sviluppo più alto in termini di PIL fu quello della Romania.
    I tassi di sviluppo dei paesi orientali erano superiori a quelli dell'occidente.
    Come la produzione industriale nell'industria pesante.
    Con l'arrivo dell'informatica e della sua introduzione come tecnologia produttiva ed organizzativa le cose cambiano.
    La fine della fabbrica tayloristica (che è anche un modello per l'URSS) e il passaggio alla produzione orientata al mercato (con le sue tecniche di manipolazione dei consumatori e dei bisogni), invertono i tassi di sviluppo.
    Gli Usa, soprattutto con Reagan, impongono l'embargo dei prodotti informatici (PC, ecc.) all'URSS.
    L'economia pianificata non ha più l'efficienza necessaria nella produzione e distribuzione dei prodotti, comprime il consumo e opta per il mantenimento dei livelli di competizione strategica che assorbono troppe risorse: per l'URSS, circa il 25% del PIL.

    Il conglomerato partito-esercito non accetta modificazioni e il paese declina.

    Di cosa ci sarebbe stato bisogno ?
    Di una rivoluzione produttiva e distributiva che togliesse potere alle elites politico-militari e la riconferisse alla popolazione. Cioè ci sarebbe stato bisogno di maggiore partecipazione e democrazia, non di libero mercato.

    L'introduzione del neoliberismo, richiama alla memoria il famoso detto "che tutto cambi affinchè nulla cambi". Infatti gran parte della burocrazia si è riciclata in gruppi di potere monopolistici e mafiosi che hanno ereditato a costi zero le risorse nazionali mettendole sul mercato e inserendole nella finanzia internazionale (ciò che chiedevano gli USA).

    La cosa ha creato così grandi squilibrii e miserie che Putin sta in sella solo per aver ricentralizzato la filiera di decisioni cercando di frapporre un argine all'espropriazione delle risorse nazionali.

    Ciò non significa affatto che sia democratico, si sta comportando come ogni statista occidentale farebbe.

    Il partito burocratico e il capitalismo di stato con le sue elites tronfie e obese hanno affossato l'esperienza sovietica per non aver saputo e voluto innescare un nuovo livello di partecipazione popolare.

    Quanto ai muri, i più moderni sono stati costruiti recentemente: dagli USA ai confini del Messico e da Israele in Cisgiordania.

    In tutti gli altri paesi il neoliberismo ha abbattuto i muri (leggi e norme) a difesa dei lavoratori e ha edificato nuovi potenti muri a difesa dei ricchi contro i poveri.

    In tutto l'occidente, negli ultimi 15 anni, cifre nell'ordine dei 50.000 miliardi di dollari sono transitati dalle tasche dei lavoratori alle tasche delle imprese e della finanza mondiale.
    (Senza parlare dei flussi dai paesi PVS o poveri a quelli ricchi).

    Si tratta del più grande salasso della storia. Un crimine alimentato negli ultimi 8 anni dalle guerre di Bush all'intero globo.

    Il risultato di tutto ciò è la grande crisi.
    La quale si intende superare con un ulteriore salasso di risorse di ciò che resta del pubblico, verso le banche, la grande impresa e le borse.

    Ciò significa indebitare per i prossimi decenni le popolazioni del mondo (anche dei paesi ricchi) a favore del mantenimento del modello finanziario.

    Per far sì che il gioco riesca, si scatenano in ogni paese, le guerre interne e razziste verso i migranti e verso i più poveri.

    Il problema, dal punto di vista economico, continua ad essere se il rapporto consumo + investimenti riesca ad alimentare la riproduzione capitalistica (Redditi + risparmi).

    Io credo che questo modello non lo consenta e che quindi sono da attendersi turbolenze e conflitti a livello interno ed internazionale, con una ridislocazione dei poteri e dei rapporti geopolitici.

    Le rivisitazioni adulcorate sulla caduta del muro sono un espediente per far credere che saremmo ancora nel migliore dei mondi possibili.
    Un grottesco tentativo che lascia il tempo che trova.

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