La crisi di Atene rappresenta il dramma di uno stato nazione inerme di fronte alla potenza del mondo della “governance” dei mercati finanziari. Se andiamo a spulciare tra le notizie dei vari quotidiani incontriamo coincidenze, casi singolari, aspetti curiosi per quanto sinceramente a volte nauseanti del funzionamento di un sistema che più che di mercato appare come un castello di ombre, imbrogli e sotterfugi, piena espressione di una visione “mandevilliana” del mondo economico. Che la Grecia sia stata vittima di una scellerata politica interna negli ultimi anni non è in dubbio; nonostante ciò, sarebbe un errore focalizzare l’attenzione soltanto sul comportamento del governo di destra degli ultimi anni. Come dire c’è dell’altro, ed è marcio. Per esempio la famigerata Goldman Sachs, banca d’investimenti che ha fornito al mondo politico le figure guida in tema di politica monetaria degli ultimi due governi Usa, tanto da accaparrarsi l’appellativo di “governament Sachs”, sembrerebbe essere proprio colei che ha aiutato il governo greco a mascherare lo stato del suo deficit alla commissione europea. Ma il dramma ellenico è talmente vasto in termini di ambiti che va a toccare, che non si può far altro che sorvolare anche su questo nesso tra trame locali ( si fa per dire, in quanto sono nazionali ) e flussi finanziari internazionali; e volando alto, per un attimo soltanto, potremmo notare come l’economia sommersa greca, pari al 27 % del Pil, se non altro sarebbe in grado (se emergesse) di risolvere tutto d’un tratto le difficoltà di bilancio; allora converrebbe avere “orecchio da mercante”, ma a Milano ahimè la mafia non esiste, e probabilmente continueremo ad ignorare le grandi anomalie strutturali del nostro paese, ma questo è tutto un altro discorso. Tornando alla “realtà” e allo sguardo “terra terra”, la tragedia greca, per una volta uscita dalla rappresentazione teatrale, ci parla dell’incapacità di un governo keynesiano di destra a porre dei limiti alla spesa pubblica e di un governo di sinistra costretto a privatizzare il privatizzabile, di tagliare i bonus dirigenziali, di congelare stipendi e pensioni. E se non fosse per milioni di persone, che se da un lato sono frustrate da problemi a cui probabilmente non riescono a dare una collocazione economica internazionale precisa, ma dall’altra quotidianamente affrontano la fatica per arrivare dignitosamente a fine mese, verrebbe da parlare di grande commedia. Eppure, dopo l’ultima barzelletta sull’Europa, sulla sua coesione le uniche risate sono quelle provenienti dai mercati che si fanno beffe del potenziale sostegno da 45 miliardi di euro, con tanto di ringraziamento a Fmi e Eurogruppo; ben inteso: il mio non è euroscetticismo; non si può che ripartire proprio dall’Europa. Perché risulta evidente che gli stati nazionali non sono nient’altro che zattere nell’oceano di questa globalizzazione. Ma ancora una volta non si è capita la trama del libro, ancora una volta a fine lettura rimaniamo perplessi rispetto ai personaggi e alle loro scelte. Soprattutto nei confronti di una Germania dallo spirito neo mercantilista, che però incontra proprio nel suo cancelliere Angela Merkel, in controtendenza rispetto al dogmatismo della Buba e al suo presidente Alex Weber, un osso duro dell’Europa che deve rimanere in piedi insieme. Vista l’influenza degli istituti finanziari e accademici tedeschi sull’opinione pubblica, l’incombenza delle elezioni regionali nel più grande Land dello stato federale e se si considera che il sostegno tedesco ricadrà soprattutto sui suoi contribuenti, bisogna riconoscere il coraggio della Merkel nel fare una scelta politica sicuramente non facile. Sono le parole del presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker ad individuare il problema politico: “ gettare uno sguardo di politica nazionale sulle questioni europee invece di avere un ottica europea sui problemi nazionali preoccupa”. Preoccupa perché a risentire della questione greca è l’Europa intera: l’Euro in calo rispetto al Dollaro è il segnale più evidente. Scongiurare il fallimento della Grecia è “La decisione”, tuttavia sarebbe stata più utile una decisione perentoria e meno tentennante, perché sfidare i mercati oggigiorno è pericoloso: bene o male siamo nelle loro mani e anche se fidarsi è bene, a detta di alcuni, non fidarsi sarebbe addirittura meglio.
Alexander Damiano Ricci
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